martedì 12 marzo 2013

«La verità dell’essere svelata da Parmenide resta ferma anche dopo il parricidio platonico»

(E. Severino, Essenza del nichilismo) (cfr. A. Stagnitta, Dissoluzione e speranza (…). Nuovissima Scolastica, EDI, Napoli 2009, p. 207 ss.)



                                                                                                                
«Una matina un povero somaro,
ner vedè un porco annà ‘ar macello,
sbottò in un pianto e disse: -  Addio fratello,
nun ce vedremo più, nun c’è riparo!

Bisogna esse’ filosofo, bisogna.
Je disse er porco – via, nun fa’ lo scemo
che forse un giorno ce ritroveremo
in quarche mortadella de Bologna!»
(Trilussa)





Dunque: Platone parricida! Sentenza inattaccabile. Chi tocca Parmenide muore; anzi, no! E’ un deicida e un nichilista. Il pensiero dell’essere che diventa nulla e sorge dal nulla è un pensiero fallace perché pretende (come tutti i metafisici che pretendono di tutelare la positività del positivo) che il nulla possa essere predicato anche dell’essere, mentre così non è: il nulla può essere detto e predicato solo del nulla. Pare che l’abbia scritto a chiare lettere il padre Parmenide. Quel grande ha proclamato che solo “gli ignoranti a due teste, i mortali che niente sanno”, possono dire che «l’essere e il non-essere è lo stesso e non è lo stesso, e per cui di ogni cosa v’è una strada che può esser percorsa in due sensi».
Perciò, è falso dire che il nulla possa essere predicato anche dell’essere: chi lo afferma è «un ignorante a due teste». E, dunque, «l’essere non esce dal nulla e non ritorna nel nulla, non nasce e non muore, non c’è un tempo, una situazione in cui l’essere non sia. Se era nulla, non era; se ritornasse nel nulla non sarebbe» (Severino). Chi afferma cose diverse è, perciò, un parricida e nichilista perché uccide il padre essere. L’essere è, e basta. Attenti alle due teste.
            Ma, il Neoparmeideo non aveva proclamato solennemente ne La legna e la cenere (Rizzoli 2000, p. 85) che «le parole essere e niente (…) non sono più così estranee al pensare comune e che, perciò, «potremmo essere anche un po’ più ottimisti (…). Tutti, più o meno, oggi sono convinti che nascere significhi venire all’esistenza, e morire (…) significhi andarsene dall’esistenza, cadendo nel niente?» Mistero delle antinomie metafisiche neoparmenidee.
Se tutti, anche tu, Severino!

Qui la trattazione del termine “essere” vien fatta come una ballotta scottante tra le mani del filosofo con significazioni che, nella loro presunta scontata chiarezza semantica, rappresentano l’enorme infinito dibattito sul significato del senso dell’essere. Infatti, dire che «l’immutabilità dell’essere è posta da Parmenide mediante questa sola considerazione, che tocca il fondo ultimo della verità dell’essere: se l’essere diviene (si genera, si corrompe) non è», significa che non esiste altra lettura. E’ così, e basta; non può essere diversamente e non si può dissentire, pena la sdegnosa scomunica. «E questo va detto dell’essere in quanto tale [?!], sia che lo si consideri come la totalità del positivo sia che lo si consideri come questa povera cosa banale che è questa penna […]. L’essere, tutto l’essere, è; e quindi è immutabile» (Severino).

            Ora, mi sembra che quest’umbratile discorso abbia bisogno, per esser ben letto, del fondatore dell’ontologia ermeneutica: Hans Georg Gadamer.
            Che significa? Significa che nel suo: Verità e metodo. Lineamenti di un’ermeneutica filosofica (1960) egli si pone il problema della verità non in una forma astratta e per di più in linguaggi che nella loro sublime astrattezza possono nascondere (come nascondono) solenni equivoci. Ma in forma concreta, vale a dire nel confronto ermeneutico non solo col linguaggio ma anche nella prassi. Ogni pensatore ha la possibilità di fare esperienza di quel che dice col suo linguaggio. «L’essere che può venir compreso è linguaggio» (Gadamer). E il linguaggio suppone un’idea che trae le sue significazioni dall’esperienza calda e diretta con l’essere di tutti i giorni: nella gioia e nel dolore, nell’amore e nella guerra.
Perciò mi pare che il linguaggio di Parmenide e dei suoi moderni sostenitori abbia urgente bisogno di riinterpretazione e rilettura alla luce della dimensione culturale della modernità anche e soprattutto nella prassi (Gadamer). Perché trasferire nella modernità la lettura tradizionale o meno del problema schietto del senso dell’essere può rivelarsi appaiata o fare la medesima fine della infeconda impresa che è stata fatta, per esempio, dagli sprovveduti pedissequi seguaci del tomismo aristotelico, con la perdita di contenuti semantici di estrema importanza. Non solo, ma ad un attento esame del discorso e del linguaggio parmenideo non si evince affatto quell’apparato di tremendo effetto che vi legge il Nostro, lontano cugino del Sig. don Chisciotte: deicidio, nilichilismo, immoralità, ecc. E giù parole pesanti come macigni contro il Cristianesimo e la sua gente ormai taglieggiata nella terra della menzogna e del tradimento: un’umanità piccola e sofferente schiacciata per le sue piccole colpe da un mondo di feroci macchine di Turing, ancorché felici.

            Un caro amico, esperto e saggio metafisico, Pier Paolo Ruffinengo, interviene in: Introduzione alla metafisica, e dice che con umiltà [e maestria] vuole scrivere i suoi «Prolegomeni di grammatica ad ogni metafisica che vorrà presentarsi come scienza. Anzi: Prolegomeni di grammatica elementare…». Per far che? Semplice: poche righe per distinguere tomisticamente il modo participio del verbo essere: essente dal suo modo infinito essere, raccomandando a chi tratta e ballota questo verbo di non usare mai rigorosamente l’uno al posto dell’altro.
                        Il discorso di Pier Paolo, fidelis quaerens intellectum che segue, nella fede e senza scandalo, il «cammino insieme» agli «agni della santa greggia» dove ben s’impingua perché «non si vaneggia», mi trova non solo consenziente ma pronto, se mi è concesso, a utilizzarlo come ermeneusi al gran discorso rivoluzionario neo-parmenideo.
Il caro amico attacca facendo osservare che «in teoria sono tutti d’accordo» per la distinzione (essente, essere). In pratica, però, la distinzione non è affatto rispettata nonostante l’opera di Hartman e di Heidegger: perché dietro la semplicità dei termini si nascondono problemi veramente «molto complessi», che io chiamerei volentieri «divini» perché infiniti.

            E qui si scatena il sottilissimo ragionamento di Pier Paolo, con la premessa che, «per evitare confusioni, è essenziale rispettare sempre la grammatica. Solo dopo aver tradotto [i frammenti del poema parmenideo] rispettando la grammatica si può dare un’interpretazione del pensiero […]. Ma se la grammatica non è rispettata, non si può nemmeno rispettare il pensiero».

            Ed ecco la gran confusione dei Vetero-postmodernisti che non solo non rispettano il pensiero parmenideo ma realizzano, a tutto spiano, conclusioni devianti, deliranti, pretestuose, untuose e barbariche in filosofia della prassi.
Cosa è barbarico? E’ quando un discorso cammina senza leggi ed allo stadio primitivo e brado, tra selve selvagge e aspre, piene di belve e scorpioni rispettando solo la Legge suprema dell’arbitrio, dell’astio velenoso, della vendetta per «la barbarie bigotta» con la quale non si può fare, per «ragioni profonde», il cammino in compagnia di appestati, et similia:
            Barbara
            celarent
            savirini
            ferioque: prima grande anarchia di vergogna: confondere il Messaggio con gli umani operatori! Cialtroneria psicoanalitica.
            A dopo.


Il ritorno alla preistoria: l’uomo di Neanderthal


Stat pro ratione voluntas
 
 



            L’amico grammatico, Pier Paolo, prima di lanciare un devastante ictus pilorum di giavellotti, mette con rispetto le mani avanti. Non vuole entrare nella proposta interpretativa del pensiero greco fatta da Severino se prima «non è chiarito quel fondamentale previo piccolo prolegomenon di grammatica elementare […]: la correttezza, appunto grammaticale, della traduzione del testo greco che rispetti la differenza tra “essente” e “essere”». Due parolette.

            Il macellaio, però, prima di uccidere l’essere parmenideo vuol capire se i capi non sono per caso malati. Ed ecco che l’ésti gár èinai del presocratico viene tradotto con l’essere è… Ma, primo difetto: se si aggiunge un articolo [lo], allora “essere” (èinai) diventa sostantivo, come “la penna”, “la casa”, “l’asino”, ecc., mentre Parmenide, che si suppone conoscesse bene la sua lingua, lo scrive senza articolo.
            Che vuol dire, caro pasticciere? Vuol dire che quando il Neoparmenideo traduce il testo del poema di Parmenide in contrasto con Aristotele, accusato di ambiguità per l’inserimento della dimensione temporale (l’essere è, fin tanto che è), introduce una interpretazione forzata e deviante per via della svista grammaticale. Infatti si confonde il participio: “essente” (to òn), con l’infinito “essere” (èinai). E si fa dire ad Aristotele, a Parmenide e a tutta la Tradizione quello che presumibilmente non vollero dire. La scoperta da parte del Nostro di queste originali letture retroattive del senso dell’essere gli ha dato l’opportunità che cercava per saltar le righe e spezzare la cervice ai barbari macellai dell’essere: atei, nichilisti, sovversivi, inquisitori, barbari ottusi, oscurantisti e bigotti. Che felicità sbarazzarsi di loro! Ben ve lo meritate, scopritori del nulla in faccia all’essere! Il nulla da voi concepito e partorito contro la grande pura intuizione del padre Parmenide: (l’)essere (èinai) è, (il) nulla (medèn) non è e non esiste. Questo vi ha traviato e travolto e vi cancellerà dalla storia. Del resto pare che anche il vostro «Sommo Giove crucifisso» abbia dubitato di trovare ancora fede sulla terra alla sua seconda venuta alla fine dei tempi (cfr. Vangelo di Luca 18, 8).

            Perciò, prendersela con Aristotele e con tutti i buoni cristiani della grande Scolastica che hanno traviato trascinando tutti al nichilismo è un atteggiamento prodotto da un equivoco grammaticale (!). Infatti il testo aristotelico dice: «è necessario che to òn (l’essente) sia, quando è; e to mē òn (il non-essente) non sia, quando non è».
            Manipolando e trasformando il participio del verbo essere (òn-essente) in infinito (eìnai-essere) si fa commettere ad Aristotele e a tutta la Tradizione scolastica quel delitto nichilista che, invece, mai è stato commesso contro Parmenide: «l’oscuramento del tempo che condiziona l’essere e compromette per il pensiero occidentale [e quindi per il Cristianesimo che ne è la radice] la comprensione del senso dell’essere» (Ruffinengo).

            Infatti, dire che l’essere è,  fin tanto che è, e il non-essere non è,  fin tanto che non è, oscura, - intuisce il Neoparmenideo – e compromette niente di meno che tutto il pensiero occidentale: non gli fa più afferrare il vero senso dell’essere che Parmenide invece aveva collocato nella dimensione illuminante che è al di fuori del tempo e dello spazio: un vero Dio eterno, immobile, assolutamente Uno. Ammettendo il tempo, lo spazio e il divenire non si può più concepire «un Dio eterno». Ecco, quindi, il parricidio e la macellazione nichilista di ogni divinità, compresa naturalmente quella prodotta dalle sovrastrutturate fantasie di alcuni pensatori popolareschi atei del nostro tempo occidentale: un dio antropomorfo e pantamorfo che veramente non esiste perché non può esistere.
            C’è anche un’autodifesa del Neoparmenideo che suggerisce a chi dovesse opporgli certi ragionamenti grammaticali di «incominciare a pensare» perché in questo campo minato della filosofia «la grammatica e la filologia non servono a nulla» (riportato da Pier Paolo).
           
Per dirla chiara: in verità io sapevo che la grammatica appartenesse alla logica e la filologia fosse figlia della scienza del linguaggio e della storia. Farne a meno, in nome di una supposta dimensione metalogica del pensare, significa mettersi fuori del pensare di tutti noi miseri mortali: Sansone ha accoppato d’impeto tutti i Filistei cafoni e borghesi, nemici e ribelli, nichilisti e dimentichi del senso dell’essere, immorali e responsabili dell’emergere della civiltà delle macchine che ha soppiantato il Dio della tradizione. E’ la tragedia del nostro tempo causata da un problema… grammaticale e filologico (!?).
            Ma Sansone stragista filisteo ed eroe biblico sopprime anche sé stesso sotto le macerie della gran costruzione: muore Sansone con tutti i suoi Filistei! Peggio per loro! La spallata alla Civiltà Occidentale e Cristiana che si vuole dare con un autodafè è il chiaro suicidio di tutti i mêtres-a-penser del nostro autentico declino: la vera criminalità macellaia che ha distrutto i valori che hanno fondato il mondo “moderno”.

            Pretendere perciò, che da una confusionale e sgrammaticata lettura del significato del senso dell’essere in Parmenide se ne possa trarre motivo di condanna esistenziale per tutta la Tradizione filosofica occidentale, e massimamente delle Chiese cristiane, mi pare essere un’enormità da tregenda. E’ il classico illecito passaggio che già si contestò a Sant’Anselmo per l’argomento ontologico: dal piano ideale al piano reale.
            A dopo.

            Ma, insomma, cos’è quest’essere di cui si parla e la sua esistenziale negazione?
Mi convinco sempre più che l’essere «è quello che si è cercato già da molto tempo» (Numenio, Frammenti 3,6) e che pare finalmente sia stato trovato ai nostri eccelsi tempi, anzi riscoperto perché Parmenide ce ne aveva già squadernato tutto il «senso». Solo che il suo pensiero, sballottato tra mani improprie e profane, ha prodotto il non-essere: la fine del mondo, il Big Crunch, la grande inflazione finale, il nichilismo.
            Menti occhiute hanno visto chiaro questo macello, e si sono ribellate: bisogna solo affermare che l’essere è. Ogni altra «illuminazione di senso» (Heidegger) manifesta una presenza irreligiosa e nichilista. E se qualche malcapitato dicesse: e il non-essere cosa è? Apriti cielo! Dicendo «cosa è il non-essere» è stata pronunciata la magica parola alienante di Aladino che ha fatto scomparire ogni ben di Dio, buttando l’essere, il caro essere, nel nulla di sé, «vuoto gioco di parole senza senso e melodia suonata da pianisti senza alcun talento» (Rudolf Carnap).

            Orrendo parricidio! Tutte le cose sono nulla. Anzi, se il Tutto, cioè «l’essere»  è eterno ed immutabile, affermando il non-essere dell’essere, il nulla, si dice chiaramente che il divenire del mondo (il non-essere dell’essere) è un crimine efferato, una gigantesca illusione che ci ha tutti scaraventato nel baratro: questo è il vero nichilismo, inconscio o no, della cultura occidentale creazionista, ci sia o no un creatore. Mentre «il  sentiero [indicato da Parmenide] è dove si giunge a scorgere che ogni istante è eterno, che eterna è ogni cosa, ogni relazione, ogni qualità, ogni situazione»: il divenire è essere… immutabile (Severino, Parmenide tradito dall’Occidente. Un saggio di Popper, in: «Corriere della Sera» (quotidiano), Elzeviro, 02 febbraio 1999). E se i sensi falliscono resta solo la metafisica parmenidea, quella vera, concreta e calda, reale, assoluta… et si sensus deficit sola fides sufficit (S. Tommaso, Festa del Corpus Domini, Inno: “Tantum ergo”).

            Tutto ciò mi sembra corretto per un verso: quando cioè si volesse trasferire il mondo platonico della verità e autenticità dell’essere nella mente di Dio (Agostino-Boezio). Perché, ogni istante, ogni cosa e situazione, ogni categoria del nostro mondo, noi compresi, preesistiamo in Dio,  come idea, dall’eterno, e sempre preesisteremo in ogni istante del nostro essere, senza identificarcene: questo esige il concetto di un Dio trascendente, infinito ed eterno, Essere necessario che prescinde dal tempo e dalla contingenza, ma naturalmente non escludendola.
            Ma, per altro verso, il discorso mi sembra scorretto quando tale ontologia mondana rimane nell’ambito cosmologico dell’essere parziale. Perché, l’essere di Parmenide: o è teologico, e così si concepisce un Theòs vero e proprio, eterno e immutabile, anche se non lo si chiama così. Oppure è cosmologico, ed allora ci si chiederà sempre: cosa c’era prima del cosmico essere in espansione e perciò in movimento che la scienza contemporanea pone aver avuto inizio col Big-Bang? Tenendo presente che l’eterno non è transitabile, mi chiedo: se io, essere parziale non necessario perché non-eterno, contingente sono ora e qui mentre prima non ero, da dove provengo? Ora e qui significa tempo e spazio e divenire che non sono l’eternità. Essi presuppongono un inizio. Perciò, da dove? Dal Big-Bang? E prima? O forse il divenire è illusorio e l’Universo è stazionario in barba a tutti i cosmologi e ai loro grandi telescopi Humble che, invece, oggi lo vedono in espansione e quindi diveniente da un punto d’inizio?
            Pensare un Universo cosmologico stazionario (Aristotele, Parmenide, alcuni Moderni…) infinito nel tempo e nello spazio [modo di dire] significa l’essere che è e che non può non essere. Esso sarebbe, però, infinitamente insondabile e quindi irrazionale come una 2: una realtà senza ragione. Questo è il vero nichilismo: senza ragione, perché rende inutile anche questo mio ragionare e quello di tutti gli atei, compreso Parmenide e i suoi ipse dixit. D’altronde una sequenza di Universi e di Big Bang non porta da nessuna parte perché, se non c’è inizio, come è che diviene?
E allora? L’essere di Parmenide, letto dai suoi moderni seguaci non porta da nessuna parte, come non ce lo porta il non-essere totale dell’essere totale. Perché: supposto il nulla assoluto, il nulla è eterno, cioè resta tale. Per cui giustamente: perché l’essere anziché il nulla? Si può replicare: il tempo è una proprietà dello spazio-universo, è una sua dimensione (Einstein). Quindi, prima dell’inizio dell’Universo esso non esisteva, ma esisteva l’eternità del tutto e non il nulla. Infatti, l’eternità senza tempo significa “qualcosa” che c’è, ma senza l’essere in divenire: non il nulla. Perciò, ha ragione Parmenide. Tuttavia c’è un’osservazione  da fare: cosa è il tempo, e chi è che lo percepisce? Il tempo è la percezione dell’essere in divenire da parte del soggetto, è la conta del prima e del poi. E’ questa percezione cognitiva dello scorrere che dà il senso al tutto, è una razionalità che si insinua nell’Universo non più stazionario e irrazionale ma in continua… fluttuazione. La razionalità ne segue ogni gioco. Il tempo è come gli oggetti matematici. Essi sono reali e obiettivi ma non possono esistere senza una mente che li ponga, li pensi e li gestisca nella grande loro danza. Ma, se il tempo è la quarta dimensione cosmologica dopo le tre dello spazio, allora l’universo fisico-cosmologico è immerso in questa specie di “etere”: lo spaziotempo!
            Se «nel pensiero di Parmenide tutte le cose [dell’Universo?] sono nulla, sì che ad essere eterno ed immutabile rimane soltanto quel puro “Essere” che come pura luce acceca ed è cieco», allora sembra leggersi un Essere divino e luminoso ma… cieco, irrazionale, non-conoscente, impersonale. Esso addita la «splendente profondità di questo pensiero che lascia dietro di sé ogni altra sapienza dell’Occidente e dell’Oriente» (Severino). Grandioso!
            Questo luminoso e splendidamente cieco discorso mi sembra abbia bisogno tuttavia di una cura di vitamine dell’intelligibile. E certamente non è esso affatto un «dar conto del suo contrastato potere» di contro alla grande «incontrovertibile verità fondamentale in base a cui è necessario negare ogni realtà eterna, immutabile, divina che sovrasti il divenire, lo domini e lo guidi» (Nietzsche).

            A dopo: accanto al neo-realismo e ai suoi deboli e meno deboli risuscitati guru della laica filosofia del Novecento italiano che, per non avere nomi anglosassoni, pare scomparsa e annichilita dal nulla di un buco nero.


Recensione all'"Anima nell'universo della Galassie"

Recensione all'"Anima nell'universo della Galassie"
Recensione del p. Francesco Cultrera s.j. al saggio sull'"Anima nell'universo delle galassie": La Civiltà Cattolica, 166/4 (2015), pp. 302-303