martedì 12 marzo 2013

NUOVO REALISMO. LA «VERITA’» DI UNO SPETTRO. «FATTI E MISFATTI»: UN ELEGANTE DIBATTITO

di Antonino Stagnitta, da Dissoluzione e speranza, EDI, Napoli 2009 p. 94 ss.



Preambolo con rasoio di Ockam


Oltre al rifiorire degli studi veramente importanti di logica formale e simbolica oggi ne viene trascinata anche la metafisica. Basta dare un’occhiata agli studi di logica interattiva, alle scienze cognitive ed informatiche che connotano, attraverso l’esperienza di una intelligenza artificiale (IA), una posizione obiettivante del soggetto come ripristino metafisico dell’io.

Vale a dire che le scienze cognitive ed informatiche tendono a ricostruire in qualcosa di artificiale (se ci riusciranno, ma significativa è già la sola tensione) la possibilità che l’intelligenza umana non solo possa obiettivarsi ma addirittura diventare quell’ente oggetto da sempre opposto dalla filosofia tradizionale all’essere del soggetto. L’oggetto diventa così come un soggetto, seppure algoritmico, che a sua volta porrà il soggetto uomo, come conoscenza, nella condizione di conosciuto cioè diventato oggetto. I ruoli non solo sono rovesciati ma addirittura commisti.

            In questo mondo di quaggiù effettivamente dobbiamo rassegnarci a riconsiderare seriamente la condizione quantistica della realtà che non oppone più in contesa i due poli: conoscere e conosciuto, ma integrandoli li congiustifica. Metafisica / logica, fisica / positivismo non si dovrebbero più violentemente combattere (Lévinas) come eterni nemici ma planare, dolcemente coesi, in una concezione scientifica del mondo e del suo esser tale.

 

 

            Pensare ed essere, dunque, sono l’essere che-è e che non può non essere: il positivo. Hegel ha visto questo positivo nel concetto, che è come «un dire», un lògos. Così viene razionalizzato ontologicamente il caos del divenire totale che al contrario, ciò può benissimo avvenire nel ruolo divino della matematica senza monismi panteistici di sorta: la matematizzazione del mondo. Il “concetto” hegeliano, come pensare, non è più l’essenza stessa delle cose o il loro «in sé» ma l’essenza stessa delle cose come pensate, altrimenti che senso avrebbe pensare? Pensare che cosa?
            All’inverso: l’essere ed il pensare sono il tutto della realtà così come essa è e non può non essere nella sua splendida e divina essenza. Tutti: filosofi, poeti e scienziati la possiamo «contemplare» nel suo imporsi a noi conoscenti come vita meravigliosa e stupenda. Non è certo un nostro parassita molesto e stolto.
La Natura è l’oggetto che ci giustifica, e noi i conoscenti l’oggetto, giustifichiamo la Natura.
Bene fa Nietzsche e tutti gli antimetafisici similari a proclamare la metafisica una finzione illusoria del vero e caldo mondo di quaggiù. Perché di questo tipo di metafisica platonica ed iperuranica, fantasiosa e mitica, ne siamo tutti veramente schifati come una maschera da teatro senza cervello. E medesimamente ammirevoli sono tutti gli esorcisti del sito nucleare di tale metafisica dove è allogato solennemente il concetto di un dio-menzogna, tutto fare, e proiezione antropomorfa di cui avremmo bisogno noi tutti umani proiettati in questo caotico e crudele mondo di fuochi galattici: il divenire.

Sono tutti stupendi pensatori pregevoli perché finalmente hanno avuto il coraggio di leggere in profondità tutte le mitologie della loro caverna per poter uscirne fuori ed ammirare il nostro vero caldo mondo della realtà. La metafisica e il suo dio, capo e “pastore dell’essere”, non possono esistere perché sono un vero frutto della fervorosa fantasia di poeti filosofi e di molti cantastorie che si credono illuminati da splendidi raggi di luce divina: ammettere il divenire perenne dell’essere lo impedisce (Severino). Tuttavia, il saggio salmista (Salmo 13) parla di una idiozia nel negare il Dio vero, mistero insondabile, più che negare un dio frutto di fantasie empirico-sensiste e di antropomorfiche proiezioni (Feuerbach – Marx).

Non è questa certamente la metafisica e il suo Dio di cui va parlando la tradizione aristotelico-scolastica. Essa è stata interpretata troppo metafisicamente. Noi spesso ci troviamo di fronte a plateali eccessi di fervore mistico-metafisico che vedono filosofi, giudicati seri, gestire con grande allegria metafisica, sciolti da ogni concreta realtà scientifica e cosmologica, i più difficili concetti dell’epistemologia e di ogni faticosa ricerca della verità. Come, per esempio, quel tale che interpreta solennemente il divenire caotico e pantomorfo del mondo alla maniera dei più saggi metafisici. Solo che applica a questa lettura del mondo irrazionale e caotico una sorta di logica scovata non si sa in quali meandri della razionalità cognitiva umana. Ed, invero, si rimane profondamente perplessi quando ci si trova dinanzi a riflessioni antimetafisiche che manifestano troppo chiaramente non solo strutture logico-cognitive scientificamente inaccettabili ma addirittura intrecci di interpretazioni della realtà che più metafisici non si può: la metafisica della maschera da teatro, ma che «cerebrum non habet», senza alcuna ragione.

            Fuori metafora: diciamo che sovente la metafisica rigettata da empiristi, positivisti, poeti e cantastorie è propriamente una metafisica o una cosmologia e una teologia frutto della loro fervida fantasia che non ha nulla a che vedere con l’autentica metafisica della tradizione aristotelica. Perciò, a ben vedere, essa va rifiutata in blocco come va rigettato il concetto di un dio fantasioso e pantamorfo che non esiste. Il Dio vero, di chi fu, di chi è e di chi sarà, è tutt’altra cosa. Purtroppo il fantasma della metafisica ininfluente elaborata da tanti bravi pensatori che si crogiolano in essa, credo disturbi parecchio i loro sogni tanto da farli parlare come stralunati.
Ecco un bell’esempio: Emanuele Severino, ormai filosofo di fama a cui parecchi si rivolgono con parecchio sussiego, scrive: «Dicevi tu [Vattimo] … che le parole «essere» e «niente» sono astratte e indeterminate. A me pare che potremmo essere anche un po’ più ottimisti: sono parole, ormai, non più così estranee al pensare comune. Tutti, più o meno, oggi sono convinti che nascere significhi venire all’esistenza, e morire significhi andarsene dall’esistenza, cadendo nel niente (E. Severino, La legna e la cenere. Discussioni sul significato dell’esistenza, Rizzoli, Milano 2000, p. 85).
Se tutti, anche tu, Severino.
L’invito all’ottimismo sembra avallare in qualche modo «queste grandi categorie del pensiero greco: l’essere (esistenza) e il niente». Sennonché è una questione non solo di metafisica ininfluente ma anche di concetti scientificamente fuori senso. E, infatti: «venire all’esistenza» e alla morte «cadere nel nulla» sono enunciati tautologici; nascere = essere, e morire =  nulla (essere e nulla) descrivono una formidabile fallacia dialettica gestita con candido sussiego. E a nulla vale attribuirli all’inconscio della civiltà occidentale (Occidente) come se questa avesse pensato che «le cose sorgono dal niente e vi ritornano» al niente. Fra l’altro questa civiltà occidentale e cristiana (da non confondere con la fede nella creazione dal nulla) è stata per decenni corrotta da profeti di sventure nichiliste post-filosofiche e da illuminazioni accecanti che si sono arrogati il monopolio della verità dopo averlo tolto agli Aristotelico-scolastici che l’avevano tenuto gelosamente e sapientemente per troppo tempo.
            Qui il terrificante problema del senso dell’essere come del grande cercato di tutte le filosofie e dell’esistenza dell’essere in faccia al nulla, e del perché l’essere anziché no, è affrontato con allegria metafisica, e con gioconda incredibile confusione concettuale. Infatti accusare che nascere è nella cultura cristiana come venire dal nulla e morire un ritornarci significa aver sciolto brillantemente il nodo di Gordio: tagliandolo con la spada. Un falso in bilancio.

Io so per certo che noi non nasciamo dal nulla ma da un ovocita maturo o cellula-uovo e uno spermatozoo, dove in forme infinitesimali, ma reali, c’eravamo noi. Così anche con la morte non «si ritorna nel nulla» ma nell’infinitesimale e reale polvere della terra. Lo ricordava persino, tanto tempo fa, il saggio Qoelet (3, 20) il Predicatore biblico (Salomone): «Tutto è venuto dalla polvere e tutto ritorna nella polvere». E mi pare che gli Scolastici (Occidentali), trattati da sprovveduti e nichilisti (?) mentre erano gran signori umanisti, filosofi e scienziati dignitosi e spesso geniali pensatori, abbiano suggerito alle belle menti, per evitare plateali equivoci, di distinguere tra nulla come essere-ente ancora nella potenzialità (in potenza) di divernirlo, e nulla in assoluto come totale carenza d’essere. Per cui, mescolando questi due diversi nulla in una pozione velenosa da dar da bere agli assetati, si avvelenano i malcapitati, provocando un crimine pedagogico contro la candida logica dell’umanità infantile.
            E, invero, sostenendo che nel nascere tutti noi viventi in questo sublime universo di fuoco traiamo esistenza dal nulla e da niente si creano innumerevoli orfanotrofi quantistici perché viene misconosciuto il flusso della vita che si è veicolata attraverso gli antenati nel corso dei millenni. Ancora oggi gli scienziati non conoscono la pregressa soluzione finale: da dove? Evoluzionismo o che cosa? Creazionismo? Da dove? Convergendo, però, nella onesta teoria del fango o brodo primordiale, dove tutti proveniamo e dove tutti andiamo a finire, come rispettivamente affermano Bibbia e Darwinisti del XXI secolo. E prima? Supponiamo ci fosse l’eternità dell’essere… e non il nulla. Ma l’eternità, per definizione, non ha origine né fine: ma noi siamo ora e qui come un’origine e una fine. Perciò, da dove l’inizio?
            Ci sono a nostra disposizione due soluzioni originarie: la creazione di tutte le cose, da parte di Dio, dal nulla in assoluto, e il Big Bang, folgorazione di tutte le cose dal … nulla in assoluto. Quale noi vogliamo scegliere? La stessa teoria evoluzionista porta alla fine a questa problematica finale. Il concetto di fango o brodo primordiale prima della vita sulla terra sembra veramente ovvio: dopo la morte, siamo tutti fango e polvere, così sarà stato anche prima di venire in vita. Perciò, sarebbe meglio dire: veniamo dal fango e al fango ritorniamo (come ci ricorda il prete il Mercoledi delle Ceneri per l’inizio della Quaresima).
            Per il resto non sappiamo il resto di nulla.
            Parlare, invece, di “nulla”, “essere”, “esistenza”, “essere sospesi” (forse ad un gancio appeso al cielo) tra “un niente iniziale e un nulla finale” significa infilarci a tutta velocità e forza nella metafisica e tra assai concetti fideistici. Perché di quelle cose non abbiamo nessuna, dico nessuna, esperienza. Mi pare che sia lo stesso discorso creazionista. Solo che si sopprime Dio e al suo posto si suppone il Nulla … Infatti creare significa trarre dal nulla tutte le cose: il Nulla, se è nulla, da sé non esplode nel Tutto. Spaventosa contraddizione.

            Il genuino forsennato dibattito dell’antropologia moderna e di tutte le scienze genetico-molecolari per saper qualcosa del prima e del poi, considerando l’esistere dell’attuale mente umana autoconsapevole, sono segno potente di tale lotta angosciosa del pensiero: altro che niente e nulla! Tutti vogliono sapere. La teoria creazionista [aristotelico]–tomasiana, e oggi del protestantesimo americano, l’evoluzionista (darwiniana), la panspermatica come vita venuta quaggiù da lontane galassie (Hoyle-Wickramasinghe) e altre che sono o volessero essere elaborate sono tutte sorte per sapere come è apparsa la vita sulla terra. Alla scienza sperimentale non importa nulla della metafisica parmenidea dei vari Severino-scettici e del nichilismo dei vari nietzscheiani ribelli. Tutti studiano per sapere e conoscere e risolvere l’enigma fondamentale del come è sorta la vita cosciente sulla terra: punto! E siccome l’enigma ancora pare non sia stato sciolto, chi taglia corto e va oltre, verso il nulla, fa vieta metafisica che più indecente non si può. Chi poi vi costruisce sopra parecchia filosofia inizia semplicemente a suonar violini per bambini e a raccontar favole da Mille e una notte, tanto per non perire sotto spada esaurendo i racconti. Se l’essere è sempre, la vita da dove? Da sempre…!? Scivoliamo verso il buddismo dell’eterno ritorno. Altro che metafisica.

            L’essenza del nichilismo è la filosofia contemporanea compreso il Neoparmenideo (Severino). Già lo stesso termine “essenza”, pronunciato e scritto con parecchia enfasi, ci trasporta subito in seno alla più classica delle metafisiche, alla esseità della sostanza, all’essere che è e che, se è (per usare Severino), non può non essere. Ma similmente essa ci appaia tutti, aristotelici, cristiani e panspermatici, a gente corta di memoria responsabili «della dimenticanza della verità dell’essere». Intuizione brillante se non fosse affetta dalla altrettanto classica sofferenza di autismo. Per cui la riflessione di millenni di geni e meno geni non ha visto chiaro e combinato il pastrocchio «dell’alterazione e quindi della dimenticanza del senso dell’essere». Anzi, addirittura «le conquiste più preziose del filosofare si muovono all’interno di una comprensione inautentica dell’essere». (E. Severino, Essenza del nichilismo, Adelphi, Milano 1982, pp. 19-35).

E  così, giù a valanga parole come «mistificazione metafisico-teologica dell’essere», «arbitrarietà dell’interpretazione heideggeriana», «tentativo storicamente aberrante», «discorso che, appunto, non è stato capito (…) dagli aristotelici e dagli scolastici vecchi e nuovi», [tenebrarum magistri, andava scrivendo un certo Tribbeschow (Tribbeschovius Sec. XVII) in un libro singolare], «modo radicalmente scorretto di presupporre la determinazione al suo rapporto negativo con la propria negazione», e così via con parole di aliena buona creanza. Infatti, decidere di far polpette dall’oggi al domani del pensiero filosofico della migliore umanità in ossequio all’intervento pesante di qualche divinità olimpica partorita dalla mente di un dèo significa l’assoluto pregiudizio. Per cui, finalmente! “io” ho scoperto, per segreti fati, la vera via della verità intera quando tutti gli altri, ammaliati dall’estatica e terribilmente magica contemplazione dell’essere e del nulla, sono stati fuorviati sino all’oblìo definitivo del problema del senso dell’essere: tradimento che si va «perpetrando» in seno al Cristianesimo.
Ipse dixit!
            Fortuna volle che un Noé si salvò dal diluvio ed eccoci qua a sentire che la religione cristiana «ha provocato grandi sofferenze nella più recente storia dell’uomo (…); barbarie, la gran barbarie del pensiero, che è bigotteria, per cui esistono ragioni profonde per non far il cammino in tale compagnia» (Cfr. E. Severino, Discussioni, in “la Repubblica”, quotidiano, 1998, Id. La legna e la cenere. Discussioni sul significato dell’esistenza, Milano 2000, p. 154). Puah! alla larga! Ché puzzate di roghi, fumo e crociate che hanno annebbiato il cervello a uomini che di uomini poco ne hanno, fino ad obliare definitivamente addirittura il genuino problema del senso dell’essere. L’essere è morto per colpa della vostra nullificante barbarie bigotta, ed allora: viva l’essere! quello mio, prestato da Parmenide e dai soli occhiuti che l’hanno saputo interpretare genuinamente senza barbari tradimenti… esso è e non può non essere, mentre il nulla non-è.
            Vogliamo vederci chiaro in questa “gigantomachìa perì tès ousìas titanica battaglia-lotta intorno al concetto di sostanza-essere-essenza, nulla e dintorni?
            A dopo.

Preambolo II° (continua)

Il cristianesimo e l’ateismo ritrovato

di A. Stagnitta (collega di Tommaso)

            «Il Cristianesimo e la teologia tradizionale – sbotta, deprecando, il Severino (Essenza del nichilismo, p. 260 segg.) – generano naturalmente e legittimamente l’ateismo, l’immoralismo e l’anticristianesimo del nostro tempo. Il mito della forza è l’inevitabile prodotto del mito della cultura, la tecnica è l’erede naturale e legittima di Dio».

            Il povero Cristo inchiodato al legno, nel sangue che schizza e zampilla, invece del Padre ci ha «generato» un Nulla dell’essere: Padre mio – grida rauco e morente – ma dove ti sei cacciato, perché ti nascondi e mi abbandoni al nulla della morte? Mi accusano di aver cagionato l’ateismo, l’immoralità, l’Anticristo. Ma dove ti sei nascosto, Padre di tutti noi che ci hai prodotto dal Nulla? Forse hanno ragione? Se non ti vedono e non ti sentono parlare come è possibile che possano credere in te? Ti prego: fatti vedere e toccare «se tu sei dappertutto», e tutti si prostreranno e crederanno in te e nel tuo Cristo. Molti credono di averti ucciso, sepolto e nientificato solo perché coll’intelligenza che hai dato loro sono riusciti a metter su delle pentole di fuoco che sfrecciano verso i cieli delle galassie; o forse perché, frugando e cercando nella foresta, sono riusciti a trovare fra tanti animali e creature varie gli antigeni alle loro malattie. Non le avevi create tu tante belle cose? Non avevi tu prodotto ogni ben di dio a disposizione di queste creature, formate di «poco inferiori agli angeli»? E allora perché nel momento in cui io, per tua volontà eterna, mi sono permesso di insegnar loro come comportarsi per avere la felicità, quaggiù e lassù, mi rinfacciano:

- Tu, Cristo, hai generato il Nulla dell’essere. Al tuo patibolo si deve la morte di Dio e l’immoralità dilagante. La tua parola, tagliente come spada a due lame, ha tranciato il cordone d’ombelico che ci legava all’Onnipoderoso Padre celeste. Per colpa della tua irruzione nella storia di questa terrestre umanità si è scoperto che «il mito della forza è l’inevitabile prodotto del mito della cultura».
Ed infine, caro Gesù, mi dispiace, ma la forza persuasiva della tua staurazione è la responsabile primaria e senza appello, «naturale e legittima», della forzata cultura tecnologica che, istauratasi attraverso l’umanesimo nelle aree culturali cristiane, ha sostituito la tecnica all’Onnipotente Iddio.
Ma, come mai è accaduto – mi vien da dire – che proprio lui, il Cristo cristiano, nel momento in cui ha portato il mondo alla luce, perché «Io sono la luce del mondo» (Vangelo di Gesù secondo l’Apostolo Giovanni 8, 12), poi fu inevitabile e legittima la morte di Dio e la sua sostituzione con i Paradisi della tecnica? Come fu possibile che «l’apertura al mondo da parte della Chiesa Cattolica [sia] l’episodio più significativo» di alleanze, come la metafisica greca, la scienza moderna, la civiltà tecnologica? Esse sono la storia genuina del connubio del Cristianesimo con le forme emergenti di volta in volta nel mondo di quaggiù del «dominio nichilista» da cui è stata catturata. Che tipo di escrescenza è stata questa che, nel momento in cui vuol salvare il mondo, il povero Cristo e la sua Organizzazione (Chiesa), con la riflessione teologica tradizionale intransigente, hanno invece prodotto il trionfo del nichilismo? Presto detto: il responsabile di tutto è la scoperta del concetto o riflessione teologica o cultura metafisica o come si voglia chiamare, che «ha stabilito quella nientità dell’ente [corsivo mio] che rende possibile ogni manomissione tecnologica della terra».

La metafisica è diventata: le città, le macchine, l’industria, il mondo caotico contemporaneo… Essa è responsabile del fatto che ha concepito, pensato, elaborato, fecondato, ideato, altro che astrattamente!, che l’ente esce e ritorna nel nulla. Vale a dire che tale metafisica nel momento in cui scopre e pensa questo monstrum: che l’ente (essere?) esce e ritorna nel nulla in uno scorrere inarrestabile che è il divenire, allora e solo allora si può progettare la costruzione e la distruzione totale dell’ente: la civiltà delle macchine. Purtroppo essa genera il nichilismo, la morte di Dio, la rovina cosmica della civiltà cristiana.
Potenza del nulla d’essere! Ma come fu che l’essere, pur necessario che sia [quando è], come bellamente detto da Parmenide ed Aristotele, ora si scopre che possa anche non-essere, cioè essere niente? Chi è stato così tardo da produrre “la nullificazione dell’ente”? E’ il trionfo del nichilismo e di tutte le moderne mercificazioni e contaminazioni della purezza dell’essere che è e che non può non essere, come ci svelò la contemplazione parmenidea. Lui, e solo lui, la scoprì e la colse nella sua istantanea ed eterna purità: beati i puri di spirito e di cuore perché vedranno l’essere! Non è possibile che qualcuno, oggi, immerso nella plurisecolare interpretazione dell’essere e nella gigantesca battaglia intorno alla sua concezione, possa rivisitarlo e volerlo contemplare nella sua genuina ed originaria purità come l’hanno visto e contemplato quei grandi e terribili pensatori presocratici…

            Ma poi, cosa è “essere”?
            Ecco la litania:
            «l’essere è:
            la totalità delle differenze
            l’area al di fuori della quale non resta nulla (…).
            L’essere è
l’intero del positivo. E proprio in quanto c’è coscienza dell’intero (…),
            tutte le determinazioni manifeste [del molteplice] che si presentano
            iscritte nel perimetro dell’intero:
            questo foglio,
            questa penna
            questa stanza […]
le fantasie, le attese, i desideri e tutti gli oggetti che sono presenti. Ogni determinazione è una positività determinata, un determinato imporsi sul nulla: essere determinato (ente)».
            Ecco cosa è l’essere! E’ tutto questo, e ancora di più.
            Siamo nel circuito infinito dell’interpretazione dell’essere… che non ha fine perché mettere un limite all’interpretazione dell’essere significa conoscere tutto l’essere percependone ogni sua determinazione, compreso l’essere del divenire e il divenire dell’essere ed il suo limite. Ma esaurire la percezione di ogni determinazione dell’essere equivale a dire che l’essere è, quando è, mentre al di là non c’è nulla. E non esserci nulla significa solo ed esclusivamente che l’essere copre tutto, è infinito. Esso copre ogni vuoto.
            Ecco lo scandalo: «se si dice che questa penna non è, quando non è (Aristotele) si dice che questo positivo è negativo».
            Fatemi grazia: questa penna plume che si dice non essere quando non è, cosa significa? Come può essere che questo positivo sia negativo? I professionisti della metafisica si sono purtroppo «dimenticati nientemeno» di considerare che il nulla può essere predicato e detto solo del nulla: che il «non è» si può dire solo del nulla […] e mai di una qualsiasi determinazione dell’essere, compresa la penna. Diversamente si commette un parricidio, un crimine: si uccide l’essere, lo si nientifica, si dice positivo ciò che è negativo e viceversa. E’ la grande menzogna nichilista soprattutto della concezione creazionista della Patristica e della Scolastica, «formidabili determinazioni della metafisica occidentale». Esse sono «il trasalimento di una coscienza che ha dimenticato la verità dell’essere e pure ne ode la voce sommersa (…). Da due millenni l’alienazione metafisica depone sulla terra i suoi prodotti, che sono pertanto le opere dell’alienazione. L’intera civiltà occidentale è ormai un prodotto dell’alienazione metafisica». La gallina ha deposto le uova ma purtroppo esse non si possono mangiare: sono d’oro!

            Mi domando: Platone, Aristotele, Avicenna, Tommaso e tutta la Scolastica occidentale, antica e moderna, Heidegger, che cosa hanno capito se ci hanno così platealmente fuorviato e condotto al nichilismo più sfacciato e demolitore? Non si nasconde certo la complessità del problema: ma che questi giganti contemplatori dell’essere abbiano stravisto e travisato tutto mi sembra una delle tante interpretazioni dell’essere a cui si può aggiungere, con semplicità, l’ultima lettura da stravedenti, pur lecitissima nel suo verso apocrifo. Ma l’essere è ricchezza infinita, non è discorso d’Accademia. E, perciò, via la chiacchera! Ogni cicaleccio indica che la saggia formica male ha fatto a non aver cantato a crepapelle per tutta l’estate invece di immagazzinare frumento. Vogliamo vederci più chiaro e ottimizzato, se possibile, in questa gigantomachìa perì tes ousias titanica lotta intorno al concetto di sostanza-essere-essenza?
            A dopo.

TUTTI INTERESSATI AL “CARO PAPA TI SCRIVO” - I FUNGHI PARASSITI DI MISCREDENTI
Severino e «il gran turbamento della fede» dopo la «nobile rinuncia di Benedetto»

            Mi sembra «legittimo» per ogni pensatore interpretare i fatti e gli avvenimenti dell’oggi dalla propria cattedra di pensiero. Credo però che i Nostri debbano seguire la via maestra che porta alla verità. Senza questo rigoroso itinerario tutti ci trasformiamo in cantastorie. Questa via è quella che sempre è stata indicata a tutte le scienze dell’umanità dalla ragione logica. Al di fuori di questa via della logica c’è solo l’arbitrio ed «il trasalimento di una coscienza che ha dimenticato la verità dell’essere».
            Ed ecco finalmente l’intervento per il “caro Papa” del gran parmenideo che, pur «esistendo ragioni profonde per non far il cammino in tale compagnia [della religione cristiana] la barbarie, la gran barbarie, che è bigotteria (…) che ha provocato grandi sofferenze nella più recente storia dell’uomo [in tutto il pianeta?] (cfr. Discussioni, in “la Repubblica”, quotidiano 1998), finalmente si sbilancia. Partorisce la montagna e nasce un ridicolo topo. La montagna sono le «grandi sofferenze nella più recente storia dell’uomo [in tutta la terra]», il ridicolo topo è l’attribuzione alla religione cristiana, cioè a Gesù Cristo, di tali spaventose sofferenze.
            Per un istante ho creduto che si stesse parlando delle stragi napoleoniche (a favore della sua famiglia), o forse alle terribili sofferenze inferte all’umanità dalla follia nazista, o forse ancora, per un attimo, ho pensato alla rabbiosa criminalità staliniana con milioni di morti con fame e miseria, alle mondiali diversificazioni criminali polpottiane e di mezzo mondo contro le miserabili popolazioni illuse e tribolate dalle dittature comuniste (anche in Italia con le Brigate Rosse e compagnia bella). A tutto questo ho pensato, senza dimenticare le stragi di buoni cristiani nella Spagna della guerra civile e dei martiri cristiani di mezzo mondo nelle terre degli imperi islamici (cfr. gli Armeni di Turchia). A tutto questo pensai. Ma, svegliandomi dal sonno drogato, mi sento invece rinfacciare, a me cristiano di Gesù, tutte quelle scelleratezze e «grandi sofferenze». Forse scelleratezze per i tanti missionari in Africa a cerca di sollevare quelle immense regioni immerse nella più orrenda miseria e nello sfruttamento? O forse sofferenze per le varie “Madre Cabrini” nell’America degli affamati moribondi emigrati scacciati dall’Europa dei Massoni e dei filosofi cialtroni nietzscheiani e parmenidei parabbuddisti dell’eterno ritorno? O forse, ancora, per i tanti Giovanni Bosco che educarono maree di bambini e bambine altrimenti destinati dai Governi Unitari, dalle “leggi eversive”, alla morte per miseria? E che dire della Madre di Calcutta? Vorrei vedere al loro posto tanti vili professorini universitari gestire la miseria del terzo mondo con le loro fantasiose teorie sul “sistema del mondo” parabbuddiste, bloccati nella più assoluta forma ontologica nel vero nichilismo del Nirvana? Mi sveglio da questo sogno drogato e cerco di risuscitare le ragioni della scienza e la scienza della ragione, contro le vigliaccherie di antichi compagni di cordata della “salvezza” del Cristo Risorto da morte sicura.
PRIMA INTERLOCUZIONE
            Ed invero: qui si fa confusione e si dicono menzogne per gabbare gli inesperti poveri alunni della università e il popolo che legge i quotidiani.
            La prima menzogna: si mescola la fede religiosa (suppongo quella cristiana di cui la Chiesa è vertice) con «altre fedi» quali: «il capitalismo, la democrazia (sic!), il comunismo-capitalismo cinese, il comunismo sovietico, l’Iran… Ognuna di esse fedi si sente un dio che deve distruggere (sic!) gli infedeli». Una mescolanza che assume il sapore di una confusione dei neuroni-specchio della corteccia cerebrale e un marchio ibrido dei lobi e aree pertinenti.
            La seconda furberia puerile: viene indicato il «relativismo come avversario che scuote e travolge quelle forze (comunisti, democrazia, capitalismo…) dunque anche il cristianesimo» che il “caro Papa Benedetto” non riesce a combattere seriamente perché usa mezzi troppo pastorali: con l’ingenuità non si vince un’ingenuità.
            E così il caro filosofo si erge a gran pedagogo e medico di quelle moribonde fedi: se volete vivere più a lungo dovete abbattere il gigante “Prometeo” che è partorito dagli inizi della filosofia moderna che, con Cartesio, è la matrice di tutti i mali per queste fedi.

            Ecco quindi il gran suggerimento per abbattere non un nano ma il gran gigante Prometeo con la speranza di poter «vivere  un po’ più a lungo» mantenendo l’affannoso respiro.
            Volete salvarvi? Ecco la medicina, la mia medicina messianica: seguire l’ordine immutabile della Natura penetrando la barriera che si pone dinanzi, «sfondandola, squartandola», credo con la forza della disperazione di non voler morire ma, almeno, vivere un po’ di più.
            A questo punto, il nostro seguace del sacro Buddha si immerge in un soliloquio culturale ricavato dalla mitologia greca, con la sua dinamica necessariamente fantasiosa, e dal “sacro” mito di Adamo proto-batterio ed Eva mitocondriale, procedendo a castigare «la tradizione e la Vita della fede (cristiana)» con incredibili analogie di proporzionalità, al modo della logica e dell’algebra astratta con tutte le altre fedi compreso il comunismo–capitalismo cinese. «Prometeo ora ruba il fuoco dell’alleanza dell’uomo con Dio. E’ la potenza di questo furto a nascondersi (…) sotto le “rapide mutazioni del nostro tempo turbato da questioni di gran peso per la vita della fede» (cristiana). Amen!
            La stanchezza mi opprime dinnanzi a questo magnifico cartone animato di modernissimo “Simpson's” e, perciò, rimando alla prossima volta” come si sente dire San Paolo all’Areopago dai filosofi ateniesi. Sant’Antonio mi sta bruciando: pazienza!

A dopo

A. Stagnitta




«La verità dell’essere svelata da Parmenide resta ferma anche dopo il parricidio platonico»

(E. Severino, Essenza del nichilismo) (cfr. A. Stagnitta, Dissoluzione e speranza (…). Nuovissima Scolastica, EDI, Napoli 2009, p. 207 ss.)



                                                                                                                
«Una matina un povero somaro,
ner vedè un porco annà ‘ar macello,
sbottò in un pianto e disse: -  Addio fratello,
nun ce vedremo più, nun c’è riparo!

Bisogna esse’ filosofo, bisogna.
Je disse er porco – via, nun fa’ lo scemo
che forse un giorno ce ritroveremo
in quarche mortadella de Bologna!»
(Trilussa)





Dunque: Platone parricida! Sentenza inattaccabile. Chi tocca Parmenide muore; anzi, no! E’ un deicida e un nichilista. Il pensiero dell’essere che diventa nulla e sorge dal nulla è un pensiero fallace perché pretende (come tutti i metafisici che pretendono di tutelare la positività del positivo) che il nulla possa essere predicato anche dell’essere, mentre così non è: il nulla può essere detto e predicato solo del nulla. Pare che l’abbia scritto a chiare lettere il padre Parmenide. Quel grande ha proclamato che solo “gli ignoranti a due teste, i mortali che niente sanno”, possono dire che «l’essere e il non-essere è lo stesso e non è lo stesso, e per cui di ogni cosa v’è una strada che può esser percorsa in due sensi».
Perciò, è falso dire che il nulla possa essere predicato anche dell’essere: chi lo afferma è «un ignorante a due teste». E, dunque, «l’essere non esce dal nulla e non ritorna nel nulla, non nasce e non muore, non c’è un tempo, una situazione in cui l’essere non sia. Se era nulla, non era; se ritornasse nel nulla non sarebbe» (Severino). Chi afferma cose diverse è, perciò, un parricida e nichilista perché uccide il padre essere. L’essere è, e basta. Attenti alle due teste.
            Ma, il Neoparmeideo non aveva proclamato solennemente ne La legna e la cenere (Rizzoli 2000, p. 85) che «le parole essere e niente (…) non sono più così estranee al pensare comune e che, perciò, «potremmo essere anche un po’ più ottimisti (…). Tutti, più o meno, oggi sono convinti che nascere significhi venire all’esistenza, e morire (…) significhi andarsene dall’esistenza, cadendo nel niente?» Mistero delle antinomie metafisiche neoparmenidee.
Se tutti, anche tu, Severino!

Qui la trattazione del termine “essere” vien fatta come una ballotta scottante tra le mani del filosofo con significazioni che, nella loro presunta scontata chiarezza semantica, rappresentano l’enorme infinito dibattito sul significato del senso dell’essere. Infatti, dire che «l’immutabilità dell’essere è posta da Parmenide mediante questa sola considerazione, che tocca il fondo ultimo della verità dell’essere: se l’essere diviene (si genera, si corrompe) non è», significa che non esiste altra lettura. E’ così, e basta; non può essere diversamente e non si può dissentire, pena la sdegnosa scomunica. «E questo va detto dell’essere in quanto tale [?!], sia che lo si consideri come la totalità del positivo sia che lo si consideri come questa povera cosa banale che è questa penna […]. L’essere, tutto l’essere, è; e quindi è immutabile» (Severino).

            Ora, mi sembra che quest’umbratile discorso abbia bisogno, per esser ben letto, del fondatore dell’ontologia ermeneutica: Hans Georg Gadamer.
            Che significa? Significa che nel suo: Verità e metodo. Lineamenti di un’ermeneutica filosofica (1960) egli si pone il problema della verità non in una forma astratta e per di più in linguaggi che nella loro sublime astrattezza possono nascondere (come nascondono) solenni equivoci. Ma in forma concreta, vale a dire nel confronto ermeneutico non solo col linguaggio ma anche nella prassi. Ogni pensatore ha la possibilità di fare esperienza di quel che dice col suo linguaggio. «L’essere che può venir compreso è linguaggio» (Gadamer). E il linguaggio suppone un’idea che trae le sue significazioni dall’esperienza calda e diretta con l’essere di tutti i giorni: nella gioia e nel dolore, nell’amore e nella guerra.
Perciò mi pare che il linguaggio di Parmenide e dei suoi moderni sostenitori abbia urgente bisogno di riinterpretazione e rilettura alla luce della dimensione culturale della modernità anche e soprattutto nella prassi (Gadamer). Perché trasferire nella modernità la lettura tradizionale o meno del problema schietto del senso dell’essere può rivelarsi appaiata o fare la medesima fine della infeconda impresa che è stata fatta, per esempio, dagli sprovveduti pedissequi seguaci del tomismo aristotelico, con la perdita di contenuti semantici di estrema importanza. Non solo, ma ad un attento esame del discorso e del linguaggio parmenideo non si evince affatto quell’apparato di tremendo effetto che vi legge il Nostro, lontano cugino del Sig. don Chisciotte: deicidio, nilichilismo, immoralità, ecc. E giù parole pesanti come macigni contro il Cristianesimo e la sua gente ormai taglieggiata nella terra della menzogna e del tradimento: un’umanità piccola e sofferente schiacciata per le sue piccole colpe da un mondo di feroci macchine di Turing, ancorché felici.

            Un caro amico, esperto e saggio metafisico, Pier Paolo Ruffinengo, interviene in: Introduzione alla metafisica, e dice che con umiltà [e maestria] vuole scrivere i suoi «Prolegomeni di grammatica ad ogni metafisica che vorrà presentarsi come scienza. Anzi: Prolegomeni di grammatica elementare…». Per far che? Semplice: poche righe per distinguere tomisticamente il modo participio del verbo essere: essente dal suo modo infinito essere, raccomandando a chi tratta e ballota questo verbo di non usare mai rigorosamente l’uno al posto dell’altro.
                        Il discorso di Pier Paolo, fidelis quaerens intellectum che segue, nella fede e senza scandalo, il «cammino insieme» agli «agni della santa greggia» dove ben s’impingua perché «non si vaneggia», mi trova non solo consenziente ma pronto, se mi è concesso, a utilizzarlo come ermeneusi al gran discorso rivoluzionario neo-parmenideo.
Il caro amico attacca facendo osservare che «in teoria sono tutti d’accordo» per la distinzione (essente, essere). In pratica, però, la distinzione non è affatto rispettata nonostante l’opera di Hartman e di Heidegger: perché dietro la semplicità dei termini si nascondono problemi veramente «molto complessi», che io chiamerei volentieri «divini» perché infiniti.

            E qui si scatena il sottilissimo ragionamento di Pier Paolo, con la premessa che, «per evitare confusioni, è essenziale rispettare sempre la grammatica. Solo dopo aver tradotto [i frammenti del poema parmenideo] rispettando la grammatica si può dare un’interpretazione del pensiero […]. Ma se la grammatica non è rispettata, non si può nemmeno rispettare il pensiero».

            Ed ecco la gran confusione dei Vetero-postmodernisti che non solo non rispettano il pensiero parmenideo ma realizzano, a tutto spiano, conclusioni devianti, deliranti, pretestuose, untuose e barbariche in filosofia della prassi.
Cosa è barbarico? E’ quando un discorso cammina senza leggi ed allo stadio primitivo e brado, tra selve selvagge e aspre, piene di belve e scorpioni rispettando solo la Legge suprema dell’arbitrio, dell’astio velenoso, della vendetta per «la barbarie bigotta» con la quale non si può fare, per «ragioni profonde», il cammino in compagnia di appestati, et similia:
            Barbara
            celarent
            savirini
            ferioque: prima grande anarchia di vergogna: confondere il Messaggio con gli umani operatori! Cialtroneria psicoanalitica.
            A dopo.


Il ritorno alla preistoria: l’uomo di Neanderthal


Stat pro ratione voluntas
 
 



            L’amico grammatico, Pier Paolo, prima di lanciare un devastante ictus pilorum di giavellotti, mette con rispetto le mani avanti. Non vuole entrare nella proposta interpretativa del pensiero greco fatta da Severino se prima «non è chiarito quel fondamentale previo piccolo prolegomenon di grammatica elementare […]: la correttezza, appunto grammaticale, della traduzione del testo greco che rispetti la differenza tra “essente” e “essere”». Due parolette.

            Il macellaio, però, prima di uccidere l’essere parmenideo vuol capire se i capi non sono per caso malati. Ed ecco che l’ésti gár èinai del presocratico viene tradotto con l’essere è… Ma, primo difetto: se si aggiunge un articolo [lo], allora “essere” (èinai) diventa sostantivo, come “la penna”, “la casa”, “l’asino”, ecc., mentre Parmenide, che si suppone conoscesse bene la sua lingua, lo scrive senza articolo.
            Che vuol dire, caro pasticciere? Vuol dire che quando il Neoparmenideo traduce il testo del poema di Parmenide in contrasto con Aristotele, accusato di ambiguità per l’inserimento della dimensione temporale (l’essere è, fin tanto che è), introduce una interpretazione forzata e deviante per via della svista grammaticale. Infatti si confonde il participio: “essente” (to òn), con l’infinito “essere” (èinai). E si fa dire ad Aristotele, a Parmenide e a tutta la Tradizione quello che presumibilmente non vollero dire. La scoperta da parte del Nostro di queste originali letture retroattive del senso dell’essere gli ha dato l’opportunità che cercava per saltar le righe e spezzare la cervice ai barbari macellai dell’essere: atei, nichilisti, sovversivi, inquisitori, barbari ottusi, oscurantisti e bigotti. Che felicità sbarazzarsi di loro! Ben ve lo meritate, scopritori del nulla in faccia all’essere! Il nulla da voi concepito e partorito contro la grande pura intuizione del padre Parmenide: (l’)essere (èinai) è, (il) nulla (medèn) non è e non esiste. Questo vi ha traviato e travolto e vi cancellerà dalla storia. Del resto pare che anche il vostro «Sommo Giove crucifisso» abbia dubitato di trovare ancora fede sulla terra alla sua seconda venuta alla fine dei tempi (cfr. Vangelo di Luca 18, 8).

            Perciò, prendersela con Aristotele e con tutti i buoni cristiani della grande Scolastica che hanno traviato trascinando tutti al nichilismo è un atteggiamento prodotto da un equivoco grammaticale (!). Infatti il testo aristotelico dice: «è necessario che to òn (l’essente) sia, quando è; e to mē òn (il non-essente) non sia, quando non è».
            Manipolando e trasformando il participio del verbo essere (òn-essente) in infinito (eìnai-essere) si fa commettere ad Aristotele e a tutta la Tradizione scolastica quel delitto nichilista che, invece, mai è stato commesso contro Parmenide: «l’oscuramento del tempo che condiziona l’essere e compromette per il pensiero occidentale [e quindi per il Cristianesimo che ne è la radice] la comprensione del senso dell’essere» (Ruffinengo).

            Infatti, dire che l’essere è,  fin tanto che è, e il non-essere non è,  fin tanto che non è, oscura, - intuisce il Neoparmenideo – e compromette niente di meno che tutto il pensiero occidentale: non gli fa più afferrare il vero senso dell’essere che Parmenide invece aveva collocato nella dimensione illuminante che è al di fuori del tempo e dello spazio: un vero Dio eterno, immobile, assolutamente Uno. Ammettendo il tempo, lo spazio e il divenire non si può più concepire «un Dio eterno». Ecco, quindi, il parricidio e la macellazione nichilista di ogni divinità, compresa naturalmente quella prodotta dalle sovrastrutturate fantasie di alcuni pensatori popolareschi atei del nostro tempo occidentale: un dio antropomorfo e pantamorfo che veramente non esiste perché non può esistere.
            C’è anche un’autodifesa del Neoparmenideo che suggerisce a chi dovesse opporgli certi ragionamenti grammaticali di «incominciare a pensare» perché in questo campo minato della filosofia «la grammatica e la filologia non servono a nulla» (riportato da Pier Paolo).
           
Per dirla chiara: in verità io sapevo che la grammatica appartenesse alla logica e la filologia fosse figlia della scienza del linguaggio e della storia. Farne a meno, in nome di una supposta dimensione metalogica del pensare, significa mettersi fuori del pensare di tutti noi miseri mortali: Sansone ha accoppato d’impeto tutti i Filistei cafoni e borghesi, nemici e ribelli, nichilisti e dimentichi del senso dell’essere, immorali e responsabili dell’emergere della civiltà delle macchine che ha soppiantato il Dio della tradizione. E’ la tragedia del nostro tempo causata da un problema… grammaticale e filologico (!?).
            Ma Sansone stragista filisteo ed eroe biblico sopprime anche sé stesso sotto le macerie della gran costruzione: muore Sansone con tutti i suoi Filistei! Peggio per loro! La spallata alla Civiltà Occidentale e Cristiana che si vuole dare con un autodafè è il chiaro suicidio di tutti i mêtres-a-penser del nostro autentico declino: la vera criminalità macellaia che ha distrutto i valori che hanno fondato il mondo “moderno”.

            Pretendere perciò, che da una confusionale e sgrammaticata lettura del significato del senso dell’essere in Parmenide se ne possa trarre motivo di condanna esistenziale per tutta la Tradizione filosofica occidentale, e massimamente delle Chiese cristiane, mi pare essere un’enormità da tregenda. E’ il classico illecito passaggio che già si contestò a Sant’Anselmo per l’argomento ontologico: dal piano ideale al piano reale.
            A dopo.

            Ma, insomma, cos’è quest’essere di cui si parla e la sua esistenziale negazione?
Mi convinco sempre più che l’essere «è quello che si è cercato già da molto tempo» (Numenio, Frammenti 3,6) e che pare finalmente sia stato trovato ai nostri eccelsi tempi, anzi riscoperto perché Parmenide ce ne aveva già squadernato tutto il «senso». Solo che il suo pensiero, sballottato tra mani improprie e profane, ha prodotto il non-essere: la fine del mondo, il Big Crunch, la grande inflazione finale, il nichilismo.
            Menti occhiute hanno visto chiaro questo macello, e si sono ribellate: bisogna solo affermare che l’essere è. Ogni altra «illuminazione di senso» (Heidegger) manifesta una presenza irreligiosa e nichilista. E se qualche malcapitato dicesse: e il non-essere cosa è? Apriti cielo! Dicendo «cosa è il non-essere» è stata pronunciata la magica parola alienante di Aladino che ha fatto scomparire ogni ben di Dio, buttando l’essere, il caro essere, nel nulla di sé, «vuoto gioco di parole senza senso e melodia suonata da pianisti senza alcun talento» (Rudolf Carnap).

            Orrendo parricidio! Tutte le cose sono nulla. Anzi, se il Tutto, cioè «l’essere»  è eterno ed immutabile, affermando il non-essere dell’essere, il nulla, si dice chiaramente che il divenire del mondo (il non-essere dell’essere) è un crimine efferato, una gigantesca illusione che ci ha tutti scaraventato nel baratro: questo è il vero nichilismo, inconscio o no, della cultura occidentale creazionista, ci sia o no un creatore. Mentre «il  sentiero [indicato da Parmenide] è dove si giunge a scorgere che ogni istante è eterno, che eterna è ogni cosa, ogni relazione, ogni qualità, ogni situazione»: il divenire è essere… immutabile (Severino, Parmenide tradito dall’Occidente. Un saggio di Popper, in: «Corriere della Sera» (quotidiano), Elzeviro, 02 febbraio 1999). E se i sensi falliscono resta solo la metafisica parmenidea, quella vera, concreta e calda, reale, assoluta… et si sensus deficit sola fides sufficit (S. Tommaso, Festa del Corpus Domini, Inno: “Tantum ergo”).

            Tutto ciò mi sembra corretto per un verso: quando cioè si volesse trasferire il mondo platonico della verità e autenticità dell’essere nella mente di Dio (Agostino-Boezio). Perché, ogni istante, ogni cosa e situazione, ogni categoria del nostro mondo, noi compresi, preesistiamo in Dio,  come idea, dall’eterno, e sempre preesisteremo in ogni istante del nostro essere, senza identificarcene: questo esige il concetto di un Dio trascendente, infinito ed eterno, Essere necessario che prescinde dal tempo e dalla contingenza, ma naturalmente non escludendola.
            Ma, per altro verso, il discorso mi sembra scorretto quando tale ontologia mondana rimane nell’ambito cosmologico dell’essere parziale. Perché, l’essere di Parmenide: o è teologico, e così si concepisce un Theòs vero e proprio, eterno e immutabile, anche se non lo si chiama così. Oppure è cosmologico, ed allora ci si chiederà sempre: cosa c’era prima del cosmico essere in espansione e perciò in movimento che la scienza contemporanea pone aver avuto inizio col Big-Bang? Tenendo presente che l’eterno non è transitabile, mi chiedo: se io, essere parziale non necessario perché non-eterno, contingente sono ora e qui mentre prima non ero, da dove provengo? Ora e qui significa tempo e spazio e divenire che non sono l’eternità. Essi presuppongono un inizio. Perciò, da dove? Dal Big-Bang? E prima? O forse il divenire è illusorio e l’Universo è stazionario in barba a tutti i cosmologi e ai loro grandi telescopi Humble che, invece, oggi lo vedono in espansione e quindi diveniente da un punto d’inizio?
            Pensare un Universo cosmologico stazionario (Aristotele, Parmenide, alcuni Moderni…) infinito nel tempo e nello spazio [modo di dire] significa l’essere che è e che non può non essere. Esso sarebbe, però, infinitamente insondabile e quindi irrazionale come una 2: una realtà senza ragione. Questo è il vero nichilismo: senza ragione, perché rende inutile anche questo mio ragionare e quello di tutti gli atei, compreso Parmenide e i suoi ipse dixit. D’altronde una sequenza di Universi e di Big Bang non porta da nessuna parte perché, se non c’è inizio, come è che diviene?
E allora? L’essere di Parmenide, letto dai suoi moderni seguaci non porta da nessuna parte, come non ce lo porta il non-essere totale dell’essere totale. Perché: supposto il nulla assoluto, il nulla è eterno, cioè resta tale. Per cui giustamente: perché l’essere anziché il nulla? Si può replicare: il tempo è una proprietà dello spazio-universo, è una sua dimensione (Einstein). Quindi, prima dell’inizio dell’Universo esso non esisteva, ma esisteva l’eternità del tutto e non il nulla. Infatti, l’eternità senza tempo significa “qualcosa” che c’è, ma senza l’essere in divenire: non il nulla. Perciò, ha ragione Parmenide. Tuttavia c’è un’osservazione  da fare: cosa è il tempo, e chi è che lo percepisce? Il tempo è la percezione dell’essere in divenire da parte del soggetto, è la conta del prima e del poi. E’ questa percezione cognitiva dello scorrere che dà il senso al tutto, è una razionalità che si insinua nell’Universo non più stazionario e irrazionale ma in continua… fluttuazione. La razionalità ne segue ogni gioco. Il tempo è come gli oggetti matematici. Essi sono reali e obiettivi ma non possono esistere senza una mente che li ponga, li pensi e li gestisca nella grande loro danza. Ma, se il tempo è la quarta dimensione cosmologica dopo le tre dello spazio, allora l’universo fisico-cosmologico è immerso in questa specie di “etere”: lo spaziotempo!
            Se «nel pensiero di Parmenide tutte le cose [dell’Universo?] sono nulla, sì che ad essere eterno ed immutabile rimane soltanto quel puro “Essere” che come pura luce acceca ed è cieco», allora sembra leggersi un Essere divino e luminoso ma… cieco, irrazionale, non-conoscente, impersonale. Esso addita la «splendente profondità di questo pensiero che lascia dietro di sé ogni altra sapienza dell’Occidente e dell’Oriente» (Severino). Grandioso!
            Questo luminoso e splendidamente cieco discorso mi sembra abbia bisogno tuttavia di una cura di vitamine dell’intelligibile. E certamente non è esso affatto un «dar conto del suo contrastato potere» di contro alla grande «incontrovertibile verità fondamentale in base a cui è necessario negare ogni realtà eterna, immutabile, divina che sovrasti il divenire, lo domini e lo guidi» (Nietzsche).

            A dopo: accanto al neo-realismo e ai suoi deboli e meno deboli risuscitati guru della laica filosofia del Novecento italiano che, per non avere nomi anglosassoni, pare scomparsa e annichilita dal nulla di un buco nero.


Recensione all'"Anima nell'universo della Galassie"

Recensione all'"Anima nell'universo della Galassie"
Recensione del p. Francesco Cultrera s.j. al saggio sull'"Anima nell'universo delle galassie": La Civiltà Cattolica, 166/4 (2015), pp. 302-303